Marina Café Noir | In Georgia l’epica della violenza si erge con le vette di pietra
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In Georgia l’epica della violenza si erge con le vette di pietra

LETTERATURA. Intervista con Brian Panowich, in Italia per presentare il suo romanzo «Bull Mountain», per NN editore

di Guido Caldiron

Bull Mountain non è solo una straordinaria saga criminale, non racconta soltanto le imprese dei Burroughs, fuorilegge sanguinari delle montagne della Georgia, e il conflitto insanabile sorto in famiglia da quando uno di loro, Clayton, ha deciso di diventare sceriffo. Il romanzo che nel 2015 ha fatto di Brian Panowich, un ex musicista che per campare la famiglia e quattro figli piccoli fa da tempo il pompiere nello Stato del profondo Sud in cui è nato ma da cui ha passato lontano buona parte della vita, uno degli autori più apprezzati della nuova crime novel statunitense, compone soprattutto una bizzarra epopea di quel mondo appalachiano che costituisce da sempre una metafora sinistra del sogno americano, dove la terra promessa si trasforma ogni giorno di più in un inferno privo di futuro. Nei boschi di Bull Mountain (NN Editore, pp. 296, euro 18,00) echeggiano ancora le canzoni degli outlaw della country music, ma come per la serie Justified, ambientata non a caso nella contea di Harlan, in Kentucky, sull’altro versante delle medesime montagne, che era stata scritta e prodotta da Elmore Leonard, qui è più facile incontrare un hillbilly fatto di metanfetamina o un hells angels che traffica in fucili d’assalto che un cowboy azzimato. Segreti inconfessabili covano in seno alle famiglie, nessuna esclusa, mentre l’incontaminato paesaggio naturale cela in realtà il cuore di tenebra di un mondo selvaggio e, almeno in apparenza, senza possibile redenzione.

La Southern Literary Review ha paragonato l’«ambiente indimenticabile» descritto in Bull Mountain alla Contea di Yoknapatawpha, la regione immaginaria creata dalla penna di William Faulkner. Mentre lo scrittore John Connolly ha definito il suo libro un «noir hillbilly». Voleva scrivere un romanzo del sud o un storia criminale?

Prima di tutto volevo scrivere qualcosa che avesse a che fare con il posto in cui vivo, la Georgia, ed in particolare con la regione montuosa del nord dello Stato che è talmente ricca di storie oscure e sinistre da costituire una specie di miniera per chi si voglia prendere la briga di andarle a cercare. Sono un uomo del sud, ma non mi considero uno scrittore del sud. Scrivo di luoghi e atmosfere che conosco e questo anche perché sono convinto che la strada sterrata non segnalata sia l’ultimo posto sulla terra dove il mistero esiste ancora.

La famiglia Burroughs, un vero clan criminale, ha costruito una propria epica della violenza, ma al suo interno c’è anche chi come Clayton, lo sceriffo protagonista del suo romanzo, vuole separarsi da legami di sangue che conducono all’orrore per cercare la propria strada anche a costo della vita. Come è nata l’idea della saga di questi banditi-montanari e il personaggio di Clayton?

Nelle montagne del sud degli Stati Uniti che racconto tutto ruota intorno all’idea di famiglia. Non c’è niente di più importante e per ciascuno è fondamentale il posto che occupa all’interno della propria. Eppure Clayton è cresciuto interrogandosi di continuo su quell’appartenenza, su quel legame, sul fatto che il suo modo di stare al mondo è diverso da quello dei suoi familiari. Il suo personaggio non si sente moralmente superiore a che gli sta intorno, lui è solo diverso, anche se questa è forse la cosa più difficile da vivere in una simile realtà. Quanto alla saga della famiglia di fuorilegge, non ho dovuto inventare molto, è bastato che guardassi fuori dalla finestra e ascoltassi le storie che racconta la gente delle montagne della Georgia del nord dove sono cento anni che si vive e si sopravvive in questo modo.

Il romanzo descrive il modo in cui in una parte dei monti Appalachi le vecchie distillerie clandestine di whisky abbiano lasciato spazio prima alle coltivazioni di marijuana e quindi alle “fabbriche” di metanfetamine. Al di là delle attività criminali, quali sono le conseguenze di tutto ciò sulla popolazione in regioni che restano tra le più povere degli Usa?

Bisogna considerare come all’origine di tutto ci sia il proibizionismo, prima sull’alcol quindi sulle droghe che non ha fatto altro che creare dei mostri, mostri che sono apparsi in tutto il paese ma che in posti come le montagne povere del sud hanno portato vera disperazione. Nelle aree urbane, finita l’era del divieto degli alcolici nei primi decenni del Novecento, sono arrivati soldi e risorse che sono state investite in nuove imprese, sia legali che illegali. Nelle aree rurali e di montagna del sud, invece, non è arrivato nulla e alle persone non è stata offerta alcuna nuova opportunità. Spesso la loro terra è stata confiscata e i pochi risparmi messi da parte sono finiti. Perciò non avevano altra scelta se non quella di continuare a sopravvivere grazie alle attività illecite, cambiando solo sostanza. Il risultato è stato però anche l’epidemia di droga che dilaga oggi in tutte queste zone, lungo tutti gli Appalachi. Questi banditi spesso hanno iniziato traffici e coltivazioni solo per per far sopravvivere le loro famiglie in zone dove non c’era lavoro né prospettive, ma il risultato è stato catastrofico per tutti, compresi i loro figli.

Lei è un musicista e la musica sembra accompagnare la storia che ha raccontato. In particolare viene da pensare a una delle grandi figure della musica country, Hank Williams, morto di droga nel 1953 a soli 30 anni che cantava di solitudine, sconfitte e dolore, e che prima di morire aveva inciso una canzone dal titolo profetico: “I’ll Never Get Out of This World Alive” (Non uscirò mai vivo da questo mondo).

La musica significa molto nella mia vita e la scrittura di storie rappresenta solo un cambio di passo rispetto alla scrittura di canzoni. Le ballate del dolore e della redenzione cantate dai grandi trovatori fuorilegge della country music continuano ad echeggiare nella mia testa mentre scrivo. Mio padre suonava e amava quelle canzoni e io ho continuato a farlo dopo di lui. Per questo, nel romanzo, ho chiamato la città natale di Clayton Waymore Valley, in omaggio alla canzone Waymore Blues di Waylon Jennings che era una delle sue preferite. Anche il mio libro, all’inizio, doveva intitolarsi The Ballad Of Bull Mountain, poi è stato il mio agente a suggerirmi la modifica. Comunque, in tutto quello che scrivo la musica c’entra sempre e si, aveva proprio ragione Hank Williams, nessuno di noi uscirà mai vivo da questo posto…

I Burroughs considerano che la terra su cui vivono sia di loro assoluta proprietà, «qui neanche Dio ha diritto di parola». Un modo di pensare che ricorda vicende di cronaca recenti come quella, finita in tragedia, della famiglia di allevatori del Nevada, i Bundy, divenuti un simbolo per i movimenti di destra anti-Washington, che si sono opposti, le armi in pugno, ai federali per non pagare le tasse. Un sentimento diffuso nella cultura americana?

Ho già detto dell’importanza della famiglia per la gente del sud, ma la terra è altrettanto “sacra”. Se si guarda alla storia del nostro paese ci si accorge di come la terra sia sempre stata presa con la forza e sottratta a chi ci viveva. E ci sarà sempre un gruppo di persone sostenute dal denaro, o dall’intenzione di fare più soldi, che sentono di poter prendere tutto ciò che vogliono da coloro che non hanno nulla. E chi sente che la terra è l’unica cosa che ha per sfamare la sua gente e la sua famiglia, combatterà fino alla morte per difenderla. Fanatici a parte, hanno davvero altra scelta?

Negli ex Stati schiavisti è in atto, tra molte polemiche cui si è aggiunto anche il presidente Trump, la rimozione dei monumenti dedicati agli eroi della Confederazione. Lei è nato e vive ancora oggi in Georgia, come valuta tutto ciò? E, a proposito, i Burroughs cosa penserebbero di Trump?

Mio padre era militare, perciò ho trascorso gran parte della mia infanzia all’estero, soprattutto in Europa, e l’idea stessa dell’odio e dei pregiudizi razziali mi è estranea. Però, come uomo del sud degli Stati Uniti ho ancora oggi problemi con questo modo di pensare con cui mi capita spesso di dovermi misurare. Detto questo, non credo che cercare di negare la nostra storia – e con “nostra” intendo tutto ciò che è capitato in questo paese di bello, di brutto e di terribile – possa essere una buona idea, qualcosa che ci faccia progredire davvero, che ci faccia fare dei passi avanti. Anzi, credo che possa impedirci di capire cosa è accaduto in passato e non ci auiti per questa via a evitare di ripetere gli stessi errori e malvagità di un tempo. Dalla politica tendo a stare lontano, ma se dovessi parlare a nome dei miei personaggi, i Burroughs, ed esprimere la loro opinione sull’attuale presidente, beh direi che si farebbero una grassa risata pensando al sistema che ha permesso ad un uomo come Trump di arrivare alla Casa Bianca e di guidare il paese. Questo, prima di tornare ad occuparsi dei fatti loro.

Il mondo che descrive appare come un universo maschile in cui le donne sembrano essere principalmente delle vittime, fatta forse eccezione per la moglie di Clayton, Kate, figura che è al centro del suo secondo romanzo, il seguito di Bull Mountain, che le edizioni NN pubblicheranno nel nostro paese il prossimo anno. Perché questa scelta in apparenza in controtendenza rispetto al mondo dominato da uomini violenti e misogini della sua prima prova narrativa?

In realtà le donne di Bull Mountain non sono sempre e solo delle vittime. Anzi, spesso sono gli unici personaggi che perseverano davvero nelle loro scelte, anche se questo costa loro moltissimo, in tutti i sensi. La madre di Clayton, Annette era brutalizzata costantemente dal marito e, in un’epoca e in un luogo in cui cercare di ribellarsi era considerato inaudito, finirà per fuggire, abbandonando anche i figli pur di sottrarsi a tutto ciò. Marion, la madre dell’agente dell’Fbi che compare nella storia, era anch’essa vittima di soprusi e violenze, ma quella violenza era parte integrante della storia per dimostrare che anche dopo aver sopportato ciò che sopportava, avrebbe sempre messo suo figlio al primo posto, lo avrebbe difeso e protetto infondendo in lui una determinazione di cui nel romanzo si vedono le conseguenze. Insomma, qualcosa di più dell’essere solo una vittima. Infine, c’è Kate che fin dall’inizio ho capito sarebbe stata la mia “pallottola magica”. La sua era la sola voce della ragione in un mondo di uomini che uccidevano altri uomini in base ad un senso dell’onore sbagliato e cieco. Lei sente cosa sta per succedere e prega il suo uomo di tenersene fuori e minaccia chi può metterlo nei guai di ucciderlo se Clayton non dovesse tornare a casa vivo. Kate è forte, detiene un potere che nel romanzo successivo ho voluto esplorare. Vivo qui. Conosco queste montagne e queste donne. Non sono delle vittime, sono le donne più potenti che abbia mai conosciuto. E se i maschi che credono di imporsi attraverso la forza sollevassero anche solo per un istante la testa dai lori asini e le riconoscessero per quello che sono davvero, tutto andrebbe molto meglio da queste parti.

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L’autore di «Bull Mountain» sarà in Italia da oggi per un breve tour. Questa sera alle 21 parteciperà a Cagliari al Marina Cafè Noir — XVa edizione del Festival di letterature applicate – dove presenterà il suo romanzo insieme al musicista e critico Gianmarco Diana; a seguire reading-concerto «Radici di sangue»; per consultare il programma del festival, si può visitare http://www.marinacafenoir.it). Quindi, il 4 settembre alle 18 sarà a Parma alla Libreria Diari di Bordo insieme a Serena Daniele e Seba Pezzani, e il 5 settembre alle 20 a Venezia alla Libreria Marco Polo dove dialogherà con Gianluigi Bodi.